I test universitari sono un classico italiano: il proposito è lodevole, la buona volontà innegabile, il metodo sbagliato. Incapaci di soddisfare la domanda, ministri e rettori hanno deciso di ridurre l’offerta, adottando il numero chiuso. Un tempo i ragazzi italiani lottavano per entrare in aule affollate; oggi affrontano quiz esoterici.
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A un politico che elogiava l’utilità dei test nei procedimenti di selezione chiesi: ” Se lei dovesse scegliere un collaboratore di assoluta fiducia cosa preferirebbe? Selezionarlo mediante test, oppure mediante un colloquio, guardandolo negli occhi, studiando le sue reazioni e mentre risponde (…) alle domande?”.
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A dispetto delle sacrosante critiche che, da anni, ormai, piovono da ogni parte sui test di medicina, i 90mila aspiranti camici bianchi si troveranno di fronte domani, alla solita sequenza di domande a risposta multipla ( 18 di biologia, 11 di chimica, 11 di fisica e matematica, 40 di Logica e cultura generale), cui ci si affida, qui da noi, per reclutare i futuri medici.
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Un pre-test fin dall’esame di maturità per gli studneti che intendono iscriversi all’università. La novità a cui sta lavorando il ministero dell’Istruzione, dovrebbe entrare in vigore già l’anno prossimo. Lo scopo è ottenere una valutazione oggettiva che possa far media con le prove di accesso dei singoli atenei.
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La riforma dell’università tenta lo sprint in Senato. Ieri dopo due mesi di stallo ( il disegno di legge ha avuto il sì in commissione lo scorso 19 maggio), il testo targato Maria Stella Gelmini ha fatto il suo ingresso in aula, dopo aver fatto spazio al ddl intercettazioni, al decreto sugli enti lirici, alla manovra economica.
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Non sono più giovanissimi: hanno in media 45 anni. Il loro lavoro nelle università statali e negli enti di ricerca pubblici amplia gli orizzonti della conoscenze a beneficio di tutta la società: dalle nanotecnologie alla biogenetica, dalla fisica delle particelle alla paleontologia, dalla ricostruzione dei papiri alessandrini al diritto al lavoro.
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Cara Europa siamo un gruppo di studenti della prima università di Roma, La Sapienza, e siamo davvero perplessi dell’atteggiamento del rettore Luigi Frati, che invece di stare con noi e coi docenti nella protesta contro i tagli all’università trova tutte le scuse..
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I soldi da dividere sono pochi. Per l’università e la ricerca pochissimi. Questione di priorità. E’ per questo che in tutti gli atenei italiani si sta sviluppando la protesta contro un governo che taglia orizzontalmente, a partire dai settori che dovrebbero trainare il Paese.
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A dieci anni dalla riforma “3+2″, la consueta ricerca del consorzio AlmaLaurea sul profilo dei laureati italiani fa il punto della situaizone. E i numeri sono confortanti, anche se con qualche brutta sorpresa ( non del tutto insaspettata). Come riportare dal sito almalaurea.it nella sintesi di Andrea Cammelli, l’università italiana, intesa come istituzione in questi dieci anni ha aumentato il numero dei laureati.
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Il disegno di legge Gelmini è un progetto ampio, confezionato senza confronto alcuno con la comunità scientifica, che esprime una svolta nella direzione di un esplicito dirigismo del ministero, e quindi del governo , sull’autonomia dell’università. A dispetto degli annunci di grande riforma degli atenei, del reclutamento e dello stato giuridico del personale universitario.
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Faranda e Piperno dietro la protesta alla Sapienza. A leggere velocemente il resoconto del consiglio di facoltà verrebbe da pensare ad un pericoloso ritrono al passato. E invece no, quel passato non c’entra nulla. E’ solo che l’idea è venuta a Laura Faranda, professoressa di Antropologia, nessuna parentela con l’ex terrorista Adriana.
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L’ultima battaglia dei ricercatori si gioca tutto in pochi mesi. Nello spazio di un’estate nel passaggio al Senato del disegno di legge che riforma l’università, cambia le regole della governance, ma anche del reclutamento per chi è chiamato a insegnare e a fare ricerca. Da mesi, sotterranea, è cresciuta la rivolta della terza fascia mai riconosciuta della docenza, quella dei ricercatori.
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Studenti universitari in allarme, tra sessioni di esami a rischio e sedute di laurea in bilico. E’ l’effetto domino dele proteste dei ricercatori contro la riforma universitaria ( all’esame del Senato) il cui blocco della didattica, annunciato per il prossimo autunno è realtà già in molti atenei.
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Non è vero che l’attacco del Governo alla reputazione dell’università sia condiviso “nella sostanza ispiratrice anche dall’opposizione” come si legge nell’appello “in difesa dell’università” .Lo attestano gli atti parlamentari. E’ vero invece che la difesa della propria reputazione aiuterà a impedire la dismissione dell’università che la manovra Tremonti realizza.
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Chi l’ha detto che, quando si parla di università, piccolo sia bello e gigantismo sia inevitabile sinonimo di declino?E che il ruolo, mai venuto meno a partire dal ‘68 di culla dei movimenti studenteschi, dalla battaglia di Valle Giulia, alla cacciata del segretario della Cgil Luciano Lama nel ‘77, fino alla Pantera del ‘90 certifichi una resa rispetto a valore quali la meritocrazia, efficienza e competizione.
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Esami e lezioni a rischio, assemblee e occupazioni simboliche. Si prepara un luglio movimentato per l’università italiana affossata dai tagli, messa in difficoltà dal no alla didattica dei ricercatori che protestano contro la riforma Gelmini e dalla manovra economica che sta provocando la fuga dei docenti più anziani.
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E’ il primo “salto” dei ricercatori quello cruciale per dare l’abbrivio alle retribuzioni in cattedra, a essere il più colpito dalle misure congela stipendi prevista anche per le università dalla manovra correttiva. Professori e ricercatori, come magistrati, diplomatici e alti gradi militari, non hanno una storia retributiva disciplinata dai contratti, ma dagli incrementi automatici
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Dire addio agli scatti biennali automatici per tutti e legare gli aumenti in busta paga al “merito” dei singoli docenti era così necessario ed urgente da giustificare un decreto legge, pubblicato sulla “gazzetta ufficiale “del 10 novembre 2008.
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La manovra economico-finanziaria approvata nell’estate del 2008, la prima del governo Berlusconi, ha avuto il merito di indicare un percorso di risanamento dell’università italiana, premessa per un suo rilancio e per una riforma meritocratica degli ordinamenti.
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Fare di tutto per non alzare le rette: è la linea guida che si va diffondendo tra gli atenei alle prese con le decisioni per il prossimo anno accademico. Da Nord e Sud dagli atenei pubblici a quelli privati, la tendenza comune è quella di non alzare i costi per gli studenti, nonostante i tagli nei trasferimenti pubblici
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