da Campus di marzo 2007
NICOLA VITTORIO, PRESIDE DI SCIENZE DI TOR VERGATA, CHIEDE PIÙ FONDI PER LA RICERCA. PERCHÉ L’ITALIA È AI PRIMI POSTI. MA NON SI VA AVANTI SOLO STRINGENDO I DENTI.
Oltre a essere preside di Scienze a Tor Vergata, il professor Nicola Vittorio è presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi di tale area. Una carica che ne fa uno dei maggiori conoscitori della situazione nelle facoltà scientifi che italiane. A lui abbiamo chiesto di fare il punto della situazione.
Come spiega il calo degli iscritti che si è verificato negli anni Novanta?
«È un fenomeno generale che ha in-teressato anche Paesi stranieri, europei e non. In Italia, poi, molto dipen- de dalle informazioni di cui i giovani sono in possesso. La maggior parte di loro pensa a uno sbocco professionale e scarta le facoltà scientifiche perché viene dato loro un quadro poco aggiornato, a cominciare dalla scuola. Che un fisico possa lavorare nella finanza nessuno lo dice ai ragazzi, perché sono in pochi a saperlo.
Per questo l’orientamento è essenziale. Tra l’altro, il calo del passato riguardava essenzialmente il nocciolo duro di Matematica, Fisica e Chimica per l’avvento di nuove indirizzi, come Informatica o Biotecnologie, che invece hanno conosciuto un enorme successo. Nel loro insieme le facoltà scientifiche continuano a esercitare una forte attrazione».
Gli incentivi predisposti dal ministero sono serviti?
«È difficile quantificare, comunque l’attenzione mostrata testimonia la consapevolezza che le scienze di base rivestono un ruolo strategico e si è ricominciato a sentire parlare di facoltà che da anni erano assenti dal dibattito pubblico e dalla stampa. Ma è chiaro che servirebbero più fondi».
Questo non toglie che l’Italia sia tra i primi posti per la ricerca…
«Fortunatamente il ritardo non sta nelle competenze scientifiche, perchè abbiamo un livello nella ricerca altissimo, specie a Roma, quanto nel oro utilizzo. In molti casi fi nora si è riusciti ad andare avanti stringendo i denti. È ovvio, però, che il sistema
non può reggersi sui sacrifi ci né sulle spalle dei nostri ricercatori. Senza investimenti, è difficile attrarre i giovani.
Mentre è proprio nella ricerca di base che si gioca il nostro futuro»